mercoledì 26 agosto 2009

Tettine frementi







Probabilmente Andrea era omosessuale. Ma non gliel'ho mai chiesto. Sarà per la sua mascella squadrata e il sorriso ammiccante mentre mi scrutava il pacco, ma mi ero fatto quell'idea. Non sono una persona troppo profonda. Fors'anche fuorviato dalla saggezza popolana di mia nonna, vent'anni fa: “Ma che nome è Andrea per un uomo? Andreo, lo dovevano chiamare.”.
Nativo del nord operoso e gelidamente ordinato, capelli chiari a spazzola, occhi inquietantemente piccoli, moralizzatore dei costumi basati sul “tirare a campà” tipici del sud, discreto, salutista, dedito alla palestra e con il tipico fisico da ospite di Mauthausen, maniaco dell'ordine, conoscente di tutti e amico di nessuno. L'inquilino perfetto da ignorare. Ogni tanto lo incrociavo di mattina per le scale, niente di più.
Quella sera aveva organizzato un party, per festeggiare qualcosa. Uno sciame di ragazze dall'aria smaniosa e con una luce viziosa e rassegnata negli occhi. Col suo fare affabile e amichevole del “conosco tutti io”, riusciva a crearsi un harem di pulzelle adoranti al seguito, Andrea. Sono uscito, rientrato dopo quattro ore buone, con addosso un carico di vodka mica da ridere. Il passo leggero e la mente sgombra, la percezione soffice e sfumata di cose e figure. Erano rimaste solo tre fanciulle annoiate. La tipica festa da liceali oramai trentenni, sul punto di sfociare nel gioco della bottiglia.
Tra orrida coca-cola e ponch analcolici, c'era ancora della birra. Mi sono seduto e ne ho sgargarozzato una. Ho parlato con una bionda rossiccia, ben messa. Niente di che, ma tra le altre due spiccava. Carnosa il giusto, chiappe che scoppiavano nel pantalone bianco, tette discrete, capelli che pizzicavano appena la schiena, labbra del tipo “mordimi sciocco” e occhi furbi, cerulei e un po' sbronzi. Le altre due se ne sono andate sculettando. Alessandra, così si chiamava, è rimasta. Lavorando lì vicino, spesso dormiva col mio inquilino. Voglio dire, nella stessa stanza. Non ho mai capito se ci scopassero o l'omosessualità latente di Andrea lo impedisse. Più volte l'avevo incrociata, senza pensare che fosse una scopata da non buttare via.
“E' andata bene la festa?”, ho chiesto.
“Normale.”.
“Poteva ravvivarsi con un'orgia ridotta...”. La vodka mi scioglie la lingua rendendomi umorista inconsapevole.
“Magari...”, ha sibilato a metà voce.
Quel “magari” è risuonato sinistramente, per qualche secondo, nella mia mente leggera. Poi mi sono versato dell'altra birra. L'ho finita e sono andato a farmi una bella doccia ritemprante.
Sono uscito fischiettando, che i due confabulavano fitto-fitto. Poi lui s'è rinchiuso in stanza. Forse parlava col fidanzatino.
“Ma davvero tu hai il condizionatore in camera?”, ha chiesto la bionda.
“Oh si, l'ho preso a rate.”.
“Beato te, stanotte non si respira...”.
E' entrata nella stanza, s'è piazzata sotto il getto d'aria gelida. Pareva godere senza ansimare.
“Oh, anche il letto matrimoniale...” .
“Se vuoi puoi dormire qui, non ho problemi.
“Non so se è il caso...poi io mi sveglio alle 7,30, ti darei fastidio.”. E s'è stesa sul letto, levandosi le scarpe.
“Nessun fastidio, beh, sempre se Andrea è d'accordo...”.
“Che c'entra lui? Pensavi che tra noi ci fosse qualcosa? - s'è fatta una risata scoppiettante - A parte che sono fidanzata, poi con lui dormo sul divano letto.”.
“Non ci sono più i gentiluomini di una volta. Domani gli dico di farsi le valigie.”.
“Si ma è un divano apribile, diventa un letto...con lui sono tranquilla perché siamo amici.”. Ha concluso la frase, indossato una mia t-shirt, tolto i pantaloni e sfilato il reggipetto con movimento fulmineo. Rimasta con le mutande a metà chiappa, si ammirava allo specchio, nella penombra.
Quel “con lui sono tranquilla” unita al “magari” dell'orgia ridotta, mi ha spinto a pensieri filosofici: Non avevo nemmeno un preservativo e un'eccitazione tremenda montava dai calcagni fino alla punta del prepuzio. Lei seguitava a dondeggiare il didietro, strizzandosi i fianchi.
“Uff...mi sono ingrassata, che dici?”.
“Oh no, ti sta benissimo.”.
S'è messa sotto le lenzuola, a distanza di sicurezza. Pareva in vena di una nottalba di confidenze. Amicizia, rispetto, fedeltà, Andrea, il fidanzato militare di carriera, i treni...
“Senti io sono abituata a dormire senza, ti da fastidio se mi tolgo lo slip?”.
“Ma figurati, sono un uomo moderno. Anche io dormo senza, non ce l'ho mica il boxer.”.
S'è girata, sfilandoseli con grazia pudica. Mi ha dato le spalle e ha ripreso a ciarlare di cose che non capivo, le guerre nucleari, la critica della ragion pura, l'ontofenomenologia dello spirito...
Mi sono avvicinato e l'ho cinta di spalle. Aveva un buon odore. E mi lasciava fare. Le ho accarezzato le gambe, le spalle lisce, e infilato lentamente l'asta tra le chiappe. Strusciava pulsante sulle due fessure. E lei continuava a parlare, della cantica virgiliana, dei diritti delle donne, della juventus. Solo con la voce un po' più inquieta, mentre con le dita sondavo le labbra della fica. Era ben curata e già bagnata. S'è girata, m'è parso di intravvedere un sorriso vizioso, di quelli che negano l'invito per accelerarlo.
“Che vuoi fare?”.
“Ma niente...”.
Non avevo ancora terminato la frase, che gliel'ho infilato con premura.
“Ma che fai? Sei pazzo! Uhhhhhh! Ce l'hai il preservativo?”.
“No.”.
Ho cominciato a darmi da fare, assestando dei colpetti fantasiosi, senza foga. Prima di lato, e poi un brioso incastro tipo accoppiamento delle ostriche svedesi. Mi smarrivo mordendo le tettine trepidanti e scivolando tra le natiche burrose. Si dibatteva, gemeva e dopo un po' se n'è venuta contorcendosi tutta.
“Non sono tranquilla, scusa...”.
S'è sottratta in modo malvagio. Ha preso a baciarmi e a menarlo con decisione. S'è girata di lato, indirizzandoselo dietro. Uhuhuh! Che donna decisa! Mi ha smarrito un poco. Voglio dire, inculare eccita proprio perché si immagina il rifiuto, al limite come prova d'amore incondizionato. Quando non chiedi nulla, te lo danno loro, senza tanti preamboli. E' tutta una questione di psicologia, il culo. Ho cominciato a lavoralo con estrema dolcezza, lasciando che la cappella affondasse lentamente.
“Uh, mi fai male!”.
“Lasciami fare piccola, vedrai...”.
“Ma ce l'hai qualcosa, un po' d'olio...non sono mica abituata...”.
“(certo-certo, come no.)ok, adesso vedo.”.
In bagno non avevo nulla. Ho frugato nell'armadietto di Andrea. Una serie di cosmetici da far invidia a Wanda Osiris. Ho avvisto “Baby Johnson's, olio per pelli sensibili.”. E culi riottosi. Non c'era scritto, ma è sottinteso. Già un paio di volte aveva funzionato benone. Mi sono guardato allo specchio. Il cazzo era duro e paonazzo, con leggero scappellamento a sinistra.
“Ho trovato questo, che dici, va bene?”
“Oh è perfetto! Vedo che sei attrezzato! L'avevo capito che sei un maiale! Quante te ne porti a letto, eh? Eh?”.
Non ho risposto. L'ho cosparsa, poi ho affondato senza problemi. Scivolavo, immerso in un gaudente
 mix di freschezza da ghiacciai antartici e calore sconcio, muschio di montagna e sabbia rovente. Una inculata calma e lenta. Poi una scarica densa che e scivolata nel culo, accolta da un suo gridolino di soddisfazione.
Ha iniziato a darmi bacetti e piccoli morsi sul collo. Quindi ha ripreso il monologo. Chakra, fidanzato, matrimonio, convivenza, la stagione dei monsoni...

venerdì 14 agosto 2009

La mia moca per una sveltina









E' arrivata in mattinata che ancora dovevo smaltire i postumi della sbronza del giorno prima e addomesticare l'erezione del risveglio. Ho aperto con gli occhi pesti, a fessura. La luce mi violentava e derideva al tempo stesso. Portava un bel vestitino luccicante celeste tutto a fiori. Dava molto l'idea di un'estate sbarazzina, incurante di un tornado tropicale.
Ho messo il caffè sul fornello, sconfiggendo il tremore alla mano. Aspettando il gorgoglio profumato, ci siamo baciati. Un vorticoso abbraccio di lingue fameliche. Il cazzo palpitava già nelle mutande. La mano s'è insinuata sotto la gonna sgusciante, un accordo di dita ancora tremanti a strimpellare sul tanga, caldo e umido. Un sussulto soffocato, poi l'ha sfilato dai boxer, un pezzo di carne infuocato, serrato tra le sue dita di padrona. Severa, implacabile. Cristo! Ero duro come il marmo, eccitato come non avveniva da tempo. Mi scoppiavano le meningi. La vena delle tempie suonava un cha-cha-cha.
Il caffè è uscito, abbiamo lasciato che si bruciasse. 

Con gli occhi da cagna chiedeva la violentassi lì, senza aspettare oltre, nessun preambolo, pudore e stronzate tattiche. Solo istinto animale. L'ho fatta girare. Chinata sul tavolo, ha inarcato la schiena per mostrarmi ancora meglio la fica, e un buco di culo invitante. Il filo del tanga lasciava intravvedere il bucetto sconcio, stagliandosi dispettoso nella fica rosea e fradicia. Ho sfilato il tanga lentamente. Una gamba, poi l'altra. Vibrava, quasi, di una sadica voglia di cazzo. Quelle gambe dischiuse nascondevano il settimo mistero gaudioso di Fatima. E nessuno lo conosceva. Stava lì in mezzo, tra le sue chiappe discinte.
Ha preso a dimenarsi come una cavalla ingorda, appena assaporata la cappella. Muoveva le chiappe in modo circolare, cingendola con decisione. L'abbracciava con la fica. Poi l'ho infilato dentro di colpo. L'ha accolto con un rantolo d'eccitazione sorpresa, piagandosi ancora più in avanti. Gemeva senza trattenersi, sotto i colpi lenti e brutali. Li assestavo senza badare al resto, alla pioggia improvvisa all'aroma bruciata del caffè. Qualche istante a indugiare col cazzo piantato nella fica, fino alla palle, ascoltando quel mugolio prolungato, travestito da invito ad affondarne un altro, più vigoroso e profondo. E io la assecondavo, come un cavallo pazzo, che schiuma eccitazione dalle palle. 
Che chiavata coi fiocchi, nel tanfo di gomma bruciata, caffè e dello spirito santo coi suoi olezzi afrodisiaci. Leccava e succhiava le dita come fossero un cazzo. Forse lo voleva davvero, un altro cazzo. Tutte lo vogliono un altro cazzo, mentre godono. Anche quando non godono. Se n'è venuta con un urlo strozzato, mordendomi le dita.
L'ho sfilato, non ha fatto in tempo a scendere giù, che due schizzi abbondanti hanno sporcato il tavolo. 

Piegata sulle ginocchia, guardandola lappare gli ultimi fiotti svogliati, mi sentivo come un condottiero a seguito della pugna, un torero dopo aver colpito a morte il toro imbizzarrito. Sentivo il suo respiro ancora affannato sfiorare la pelle bagnata e sottile. Le labbra morbide lambivano la cappella intrisa di sborra quieta e densa, e se lo gustava con una lingua vellutata, avvolgendolo lentamente. Il mio cazzo era suo, appartenevo a lei, in quell'istante di piacere che svanisce lentamente, coi brividi a scuotermi la schiena fino allo sfintere.
Poi s'è asciugata le labbra, incominciando a vagare smarrita, alla ricerca di quel tanga minuscolo.
Ed io devo cambiare la guarnizione della moca.

martedì 16 giugno 2009

L'albero delle fiche (crucchi e bacucchi abbienti)





Che poi Luigi, mosso a compassione per il mio stato di semi-indigenza, mi ha trovato degli acquirenti. Grazie a potentissime e altolocate conoscenze, ha scovato una coppia di attempati tedeschi, assai munifici. E' passato di buon mattino, tutto raggiante e ben pettinato. Io mi ero già fatto tre beck's gelate e fumavo nostalgico alla finestra. In mutande. Il cucciolo di gatto-topo mi guardava con gli occhi compassionevoli, poi ha cominciato a giocare con un tappo di birra. Lo puntava come il torero fa col toro.
In macchina ero silenzioso e meditabondo. Lui mi guardava, silente. Alla fine non s'è tenuto:
“Che c'è, ti stanno venendo dei dubbi?”.
“No, è che non sono più sicuro.”.
“E' una cosa normale, succede. Ma è solo un fondo rustico. E quelli pagano dieci volte più di un italiano. E' un'occasione unica!”.
“Lo so, ma ho tanti ricordi in quel posto.”.
“Mica lo sapevo fossi un romantico del cazzo...”.
Un povero sentimentale smidollato. Mi affeziono alle cose, mi stacco difficilmente dai ricordi. Talmente stupido e alla canna del gas, da essere costretto a vendere. I cinici hanno successo e grana e non sono costretti a vendere, se non il culo. Non hanno il tempo di essere romantici. Il fottuto gatto che si morde la coda.
Luigi smoccolava ad ogni buca delle stradine sterrate e sconnesse. La sua docile fuoriserie annasapava impaurita. E lui trepidava, delicato con le sospensioni, come una con una verginella smarrita che ti spergiura di fare con dolcezza. Ma siamo arrivati. 

Attendevano già con puntualità teutonica. Due tedeschi da cartolina. Più vicini ai novanta che agli ottanta. Pelle bianchiccia e lievamente arrossata. Lui portava dei baffi di un giallo paglierino, zigomi lombrosiani, mascella dura e volitiva, occhi celestini e a fessura. Sul cranio lucido, le macchioline della vecchiaia riflettevano i raggi del sole, appena nascosti da una chiara peluria. Ovviamente indossava calzoni corti da esploratore. Lei, un'adorabile bacucca in sovrappeso con la panza da birra e lo stomaco da consumatrice abituale di wurstel, coperta da una pacchiana vestale a fiorellini minuscoli su sfondo nero. Capelli di un bianco agghiacciante sotto una paglietta di vimini da turista modello. Due ceppi spaventosi. Tremendi! Sembravano usciti da un film in bianco e nero sull'orrore nazista. Degli adorabili vecchietti serial killer. Mi guardavano sorridenti, come a voler risultare simpatici.
Poi hanno cominciato a ciarlare fitto-fitto con Luigi. Io attendevo la traduzione e non dicevo nulla. Ogni tanto li insultavo a mezza voce. “Brutti nazistoni di merda! Non avrete mai il mio casolare!” “A Norimberga vi devono portare, A Norimberga!”. Non capivano, mi guardavano e sorridevano all'unisono. Dicevano che era bello. Alternavano l'espressione placida a stridule esclamazioni incomprensibili e sguardi severi, con un filo di ferocia glaciale nelle pupille. Si sono allontanati ad ammirare l'ambiente campestre. Alberi d'ulivo secolari, mandorli, ciiliegi, fiche, molte fiche. Ho un debole per le fiche. E per gli alberi di fiche, foglie ruvide e tronchi fragili. Ce n'è uno che pende sulle mura laterali della casa, ma le fiche non sono ancora mature. Mi sono avvicinato al turpe affarista, che si aggiustava il ciuffo e controllava il telefono.
“Ma qui non c'è campo, non c'è campo cazzo!”. Si agitava. Attendeva la chiamata di un suo amico. Qualche tizio di dubbio gusto, certamene
.
“Senti io non sono più sicuro, la mia proprietà in mano a due orridi crucchi, con la faccia da crucco, i vestiti da crucco, la voce da crucco. Ti sembro uno che vende la sua proprietà ai nazisti? Eh?”.
“Non mi sembra il caso di scherzare...”.
“E chi scherza? Mai stato più serio. Mi fanno spavento quei due vecchietti. magari lo useranno per seppellire cadaveri.”.
“Fai come vuoi, mi hai rotto le palle per un anno, e ora che ti ho trovato qualcuno che paga, ti tiri indietro? Sei da ricovero...”
“Che fretta c'è? E' solo il primo incontro. Magari sono davvero due ricercati nazisti. Priebke! Ecco! Lui somiglia a Priebke! Il mostro delle Fosse Ardeatine, è suo fratello!”.
“Fai come credi, ma entro fine mese arrivano coi soldi. Ce lo hanno il grano i tedeschi!".
Sono ritornati, mi hanno stretto la mano rugosa e se ne sono andati, con l'increscioso impegno di rivederci prestissimo. Pure Luigi se n'è andato.
“Io rimango qui, faccio due passi a piedi, dopo.”.
“Ma sono 4 kilometri.”.
“Lo so, ci sentiamo.”.
Ho fatto un giro per campi, mangiato due albicocche, visto due vispe lucertole da terra, guizzanti e impaurite. Mi sono steso sull'erba e ho fumato una sigaretta. Gli uccelli cantavano instancabili, mi è venuto di prenderli a schioppettate. Poi mi sono ricordato che ripudio le armi, c'è scritto. Osservavo il cielo. Tra le nuvole discrete, ho scorto due buffi nani con la pipa, e un orso polare che si faceva il bidet.
Sono entrato in casa. C'erano ancora i resti dell'ultima volta. Pane duro circondato da formiche di un marroncino trasparente, sottaceti vari, maionese scaduta, una mela avvizzita, bottiglie vuote. In una c'era ancora del vino. Me lo sono scolato a garganella. Aspro e rivoltante. Ottimo. Mi sono steso sul letto. Ho immaginato che tra un po' vi adageranno le loro chiappe smunte e mollicce i due teutonici da ospizio ariano. Hanno un piede nella fossa, ridono e comprano. Io sono un giovine virgulto e vendo, con la faccia da italiano triste che scala l'Alpe d'Huez. Loro canteranno camuffati inni nazisti, mangeranno crauti. Che scempio! Io che avevo grossi progetti per quel posto. Sposarmi, vivere di rendita dedicandomi alla scrittura creativa e snerchiuta. Assieme alla mia giovane sposa, una donna semi-analfabeta e alcolizzata, ma con l'animo artistico ed un culo sensibile. Avremmo vissuto di pastorizia, frutti della terra e amore disinteressato. “Donna facciamo l'amore, perché tra noi non occorre parlare...di te ora voglio esser degno, sarai regina del mio piccolo regno, che per quanto il mio mondo sia piccolo, c'è una luce che parte dal cuore”. Certo, coglione. Cresci, stronzo! che non hai più sedici anni. E smettila con queste canzonette patetiche! Parlo spesso con me stesso.
Prima di vendere devo assolutamente venire a farmi l'ultima chiavata, il prossimo fine pare propizio. Stavo per addormentarmi, quando ho immaginato una fica che mi sibilava dolcissime parole d'amor peccaminoso. Così ho deciso di masturbarmi. L'ho tirato fuori dai pantaloni, c'aveva un'aria afflitta e accaldata, ma la cappella era già gonfia. Ho preso a menarlo con fermezza calma. E me ne sono venuto. Poi m'è preso un po' di avvilimento e ho dormito.

Se qualche lettrice è interessata ad una chiavata rustica prima che venda ai crucchi, mi mandi una mail con curriculum vitae. E in allegato, tre foto: Chiappe, labbra e schiena. Mi ispira la schiena. Da luglio potrei garantire solo un normale appartamento.

Voster-semper-voster

sabato 23 maggio 2009

Piccoli baci intrisi di piacere schiumoso





Poi il treno arrivò quasi in orario. La stazione brulicava già. Attività frenetica e fremente. Valige e rotelle rumorose. Tutti convinti, impettiti e ben vestiti. Guardai la mia immagine riflessa in una vetrina. Un ciuffo di capelli scendeva imbecille sul viso sconfitto. Lo sistemai, tornò giù. Poi non ci pensai più. Mi avviai senza sentire nemmeno le gambe e la testa. Un caffè amaro, poi gomiti spintoni, chiacchiericcio tremendo. Che ci facevo in mezzo a quel ripugnante sciame cicaleggiante? 
Mi sedetti sui bordi di quella che doveva essere stata una fontana, trasformata in ritrovo dei derelitti. Una comitiva di neri con gli occhi spenti e il vino in cartone veniva tenuta d'occhio da due solerti gendarmi. Sfogliai il giornale. “Le veline del presidente”. Volonterose studentesse della "scuola di politica". Pure io sono stato con una "farfalletta" in erba. Mi praticò un maldestro pompino rigato nel 2001, e poi a casa ne facemmo una all'impiedi, con lei faccia al muro. I giorni seguenti se la fecero anche altri amici. Con gli anni avrà affinato i suoi gusti. Ma non posso dire di più, passerei per un millantatore. Un vile calunnioso.
Gettai via il giornale, guardandomi attorno. Una specie di Gesù pagano deambulava per i lucidi corridoi della stazione come una scimmia in trance. Un altro trascinava un aggeggio arrugginito per trasportare i bagagli. Ci aveva riposto dei sacchi di plastica, e camminava guardandosi attorno, come inseguito da demoni spaventosi. Lo trascinava quasi fosse un delicato passeggino. Vestiva stracci logori e sporchi, delle ciocche unte gli cadevano sulle spalle, mentre gli occhi erano spiritati e sbarrati, poi agitati, di nuovo sbarrati. Chissà cosa riusciva a vedere. Ogni tanto si piegava e raccoglieva cicche. Abbozzava uno strano sorriso, quindi agitava i pugni.
“La maleducazione! Il mondo è diventato maleducato! La gente non conosce l'educazione!”.
Incrociai per una frazione di secondo le sue pupille tormentate, digrignò i denti grigiastri aprendosi a un risolino isterico. Ebbi paura. Poi si chinò di nuovo, raccolse altre cicche e proseguì il suo giro, ridendo.
Lasciai il messia e mi avviai. Il convoglio sotterraneo, poi un altro in superficie. La tipa abitava fuori mano. Una frazione staccata dal grande centro nevralgico e arruffato del nulla. Il cielo appariva più crudele del solito, grigio e pesante come una spessa lastra d'acciaio. Stradine sconnesse, viottoli di fango, poi alberi, fino alla sua graziosa magione, col tetto spiovente e un bel giardino curato all'americana. Un po' mi faceva piacere rivederla, ma avevo un gran sonno e un dolore che partiva dalle gambe, risaliva lungo la schiena e terminava come un chiodo conficcato nelle meningi. 

Il selciato bagnato scricchiolava sotto le mie gambe leggere, mentre pensavo a lei. L'avevo conosciuta per caso. Uno sprovveduto coinquilino me la portò a casa. Una cena discreta. Poi passammo la notte a bere vino siciliano. L'amico andò a sollazzarsi coi suoi amici di msn e noi restammo a trincare vino, fino a dormire sbronzi sul divano. Scopammo dolcemente prima che il cielo si rischiarasse. Continuammo a vederci, quando capitava. Giusto per mitigare le nostre solitudini con piacevoli orgasmi. Scopavamo e lo mettevamo in culo alla noia. Cos'altro è l'amore se non una serie di chiavate pietose? I suoi occhi erano profondi e scuri, sempre cerchiati di un trucco pesante, capelli disordinati color arancio, lunghi sul davanti e sfumati sul collo, gambe snelle, muscolose, chiare e un po' storte, un bel par di tette puntate minacciosamente verso l'esterno, e il didietro proporzionato e tosto. La sua fica era liscia e carnosa. 
Insomma, mi attraeva non poco. Richiamava una scopata furtiva e traditrice. Ma lei un uomo non ce l'aveva. Non gli interessavano granché, fuori da un letto. Non faceva nulla e non ero mai riuscito a spiegarmi come facesse a permettersi quella bella casa. Genitori abbienti o marchette ricercate. In fondo non m'importava.
Non era poi cambiata molto in sei mesi. Indossava una maglia bianca e sformata, ed un paio di boxer a righe bianche e lillà. 
I suoi occhi erano ancora violentati da sonno. Mi accolse con un bel bacio e un abbraccio. Sciatto e morbido. 
Poi in una cucina, qualche frase di circostanza. La osservai stringere la moca con grazie indifferente. Le guardai le gambe e la pelle. La cosa più bella di Daniela è la pelle. Chiara, delicata, quasi indifesa. Bevemmo il caffè, poi si accese una sigaretta. Non aveva l'aria felice, ma le mie parole la divertivano. Il segreto con le donne è avere un bel diametro taurino e farle ridere. Io non lo faccio di proposito. Racconto cose vere e tremende, e loro ridono.
“Così ti hanno fatto compagnia due stanghe bionde stanotte...”.
“Tu scherzi, ma è stato orribile! Sembravano vere, delle vampire...volevano uccidermi. Credi abbia un significato?”.
“Non credo...è un semplice incubo.”.
“Può darsi, ma è da quando sognai Gad Lerner in perizoma che mi ammiccava concupiscente, che non ne avevo uno così spaventoso...”.
Le ho strappato un altro sorriso involontario.
Ho spento la sigaretta e mi sono fatto una bella doccia tiepida.
Quando sono uscito lei era stesa sul letto, con la finestra aperta. Lampada accesa e luce buia del cielo che s'insinuava triste. Fumava meditabonda, interrogando il soffitto. Mi sono asciugato per bene. Poi mi sono steso vicino a lei e ci siamo baciati. Un bacio assai coinvolgente. La sua lingua andava senza spartito, poi mi assecondava, provavo a catturarla e le succhiavo le labbra. Un osceno squillo del telefono.
“Può essere per lavoro...”. Si è giustificata.
(“Ma quale cazzo di lavoro!”). Ho pensato.
Si è alzata, ha ondeggiato le chiappe serrate nei boxer aderenti, ed ha risposto. Gesù che culo lussureggiante! Me ne sono acceso un'altra, per graffiarmi la gola. Ho guardato le pareti color celeste tenue, sormontate da strane intarsiature bianche. Poi la finestra. Gli alberi secolari parevano animali stremati e ricurvi, vecchi e nodosi. E provavano a reggere la cappa grigiastra e minacciosa.
Poi ritorna con dei passi saltellanti. Si accuatta pensosa. Un sussulto improvviso. Stupore e un brivido ad accogliere la sua lingua, calda e lenta. 

Che sensazione meravigliosa quello strisciante calore umido lungo il mio cazzo stanco, dopo una notte terribile. Lo sentivo crescere ed ingrossarsi tra le sue labbra morbide. Con le unghie rosso fuoco prende ad accarezzare la palle gonfie, un graffio impercettibile appena sotto. Sa come giocare, docilmente sadica. Afferra la cappella, l'avviluppa, gioca coi bordi. Divertita nel sentirli così gonfi. E' fissata con i bordi. Dev'essere una questione psicologica. Quasi a volerli disegnare con la lingua appuntita e dura, che poi d'improvviso ritorna leggera come piuma fradicia, avvolgendola famelica. 
Un bacio lento e le labbra che scorrono lungo il cazzo teso, che vuole scoppiare. Glielo sottraggo dalla labbra. Le mie mani ora si agitano, passano dal collo alla schiena. Mi inarco, provo a raggiungerle le chiappe sode, ma lei prova a fare resistenza, nel finto gioco dell'eccitazione. La immobilizzo contro il muro e le dita impazzite nello spacco di culo sfrontato, poi sulla fica aperta da un rossore ingordo. 
Ho solo voglia di schiaffarglielo dentro. La vita è fatta di cose semplici. Ma lei non ci sta, si sottrae ancora, mi fa stendere come prima. Avevo dimenticato, le piace sempre concludere le cose. Una alla volta. Metodica e porca, e padrona delle sue cose, e soprattutto del cazzo. Non vuole scopare. Non subito, almeno. Un mugolio e di nuovo sulla punta rivestita da saliva densa. Se lo affonda in bocca, lo ingoia, mena all'impazzata e succhia come indemoniata. Sento il suo respiro e il montare della sua eccitazione ad accompagnare la mia. 
Sto per esplodere. Lei rallenta, crudele fino alla fine, e ancora le labbra umide che solleticano il filetto e lo seguono giù fino ai coglioni, come pittrice ispirata. Ancora due colpi e un getto violento che le sporca la bocca. Asseconda gli altri zampilli strusciando le labbra, come piccoli baci intrisi di piacere schiumoso. Si rialza, viene sul mio petto, e con la mano continua ad accarezzarlo, materna. Mentre fuori gli alberi vengono scossi da folate di vento spaventoso, lei si siede, aprendosi, sul mio viso.

mercoledì 13 maggio 2009

Due finniche morte e assassine che danzano su musiche gitane


La ragazza, venerdì non è venuta. In tutti i sensi. Il rodaggio del suo pertugio lussurioso è fallito miseramente (o solo rinviato?). Chi lo sa. In definitiva si prendono tutte gioco di me. Non apprezzano la mia sensibilità raffinata e profonda.
E allora vi narro una vicenda di fine aprile. Un'altra forchettata di cazzi miei, insomma.
In trasferta, direzione Roma. Internazionali di tennis e vita mondana, senza una lira in tasca. Viaggio in un affollato notturno per non abbienti, disadattati, cenciosi e stranieri. Scompartimento fortunatamente vuoto, e vociare convulso. Una sigaretta divorata, durante la sosta in una sperduta stazione. Un nero di due metri con enormi sacche azzurro intenso, condotto fuori dalla carrozza. Il solerte bigliettaio, lo spintona energicamente, con l'aria severa. Lui reagisce piccato. Fa lo sguardo truce.
“Fanculo amico, fanculo rasista di merda!”.
Quello reagisce mica bene.
“Ehy tu, che hai detto? Imparate l'educazione, lazzaroni maleducati! Fanculo a te e chi vi fa entrare in Italia.”. Mi guarda, cerca conferme. Annuisco. Lo tengo buono. Magari mi capiterà di fumare in corridoio. La vita è fatta di compromessi.
Il ragazzone si allontana ciondolando e smoccolando qualche insulto. Reo di non avere il biglietto e volerlo fare in treno. In modo imprudente abbozzo, una domanda al bigliettaio:
“Scusi ma, il biglietto non si può fare anche a bordo?”.
Farfuglia, sbiascica qualcosa di imprecisato.
“Si, si può...cioè si poteva...ma questi cialtroni devono imparare l'educazione! Come ci si comporta in Italia! Mi faccia vedere il biglietto lei, piuttosto!”.
Capisco di aver fatto un passo azzardato, con la mia impertinenza. Devo essergli sembrato un debosciato progressista. Glielo mostro, lo buca in modo nervoso e se ne va nella notte, a caccia di altri lazzaroni stranieri.
Poi rientro. Salgono pure due tizi. Si assiepano. Ridono, poi litigano, s'insultano. Alla fine aprono i sedili, levano le scarpe e si stendono. Uno dei due tira fuori una copertina e si accuccia sereno. Devono essere abituati, una cosa normale. Cominciano a russare come cinghiali selvatici, in un concerto quasi blues. Ed emanano anche un odore particolare, insopportabile. Afferro la mia borsa in pelle da professionista mancato, adagiandomi nel corridoio.
”Aranciate, birra fresca, aranciataaaa!”. Un buffo ambulante con l'accento napoletano e panzetta malaticcia. Me n'ero sparati quattro alla stazione, prendo altri tre barattoli di peroni. Otto euro. Sfugge a ogni legge matematica, ma chi se ne fotte.
“Eh, ti ho fatto lo sconto...”. Mi rivela con lo sguardo furbo.
“Ok.”.
Stappo, e sorseggio guardando il paesaggio schizzare via. Ogni tanto qualche casolare isolato, con luci arancioni ancora accese. Che staranno facendo ancora in piedi? Ed io che ci faccio in quel convoglio orrendo? Non dormo da 64 ore all'incirca e me ne sto seduto su uno sgabello pieghevole, nel corridoio di un treno per miserabili, diretto in nessun posto. L'idea di spararmi un colpo in testa dura qualche secondo, il tempo di ricordare che non ho una Lugher in tasca e di essere un obiettore di coscienza, non essere autorizzato all'uso delle armi. Che devo rifiutare la violenza. Anche contro di me. Mi arresterebbero anche da morto. Che assurdo paradosso. Da qualsiasi posto la si guardi, riescono sempre a fotterti. Ne stappo un'altra. E' calda come piscio, ma quella è. Occorre accontentarsi. Mi aspetta una bella fica calda e una due giorni di divago nel villaggio vip del Foro, a discutere del rovescio in back. Meglio che lavorare nei campi.
Sono a pezzi, mi dolgono le reni. Provo a riposare con la testa reclinata in avanti. Come un cavallo. Ma non ci riesco. Non c'è niente di più atroce del volere e non potere. Il segreto è non pensarci. Ne è rimasta un'altra. Levo la linguetta e osservo l'alba che scorre, svelando montagne frastagliate in lontananza. Voglio dire, capita spesso di osservare l'alba. Raramente di vederla spuntare in movimento. Diversa ma sempre uguale. Anche in quel trabiccolo nauseabondo, c'è qualcosa di bello di cui meravigliarsi. Ed i babbei se ne stanno a dormire. Finisco pure la terza e rimango sul sedile.
Comincio un bel sogno. Due stanghe finniche che danzano sorridenti e lascive, attorno al mio letto. Odore d'incenso, erba selvatica e vaniglia. Ancheggiano e ammiccano seminude, con degli strani nastrini dorati attorno a biondi capelli, fluenti come onde rassegnate. Indossano un vestitino azzurro cielo, corto, eccitante, con una cintura, dorata anch'essa, a cingere i fianchi. Quel drappo copre appena cosce chiare e luccicanti. I capezzoli inturgiditi spuntano discreti sotto al vestito leggero e setoso. Sui lati della cintura, scorgo una federa di cuoio e un pugnale. 

Che ci fanno con un pugnale? Mi porgono grappoli d'uva e grossi beveroni di vino, come ancelle devote. Una specie di paradiso. E danzano su musiche gitane. Poi si acquattano frementi, mi abbracciano tutte ansanti, squittiscono, lanciano gridolini strozzati come maialine da latte. Ancheggiano, dimenano le chiappe a pochi centimetri dal mio viso. Non resisto, ne avvicino una a caso. Le alzo il vestito. Non portano slip le satanasse. Una mano s'insinua in quei glutei di marmo. Gesù, una fica gelida. Una specie di brina mattutina solca la fessura dischiusa. Mi smarrisce. Una prende a baciarmi. Labbra glaciali, leggere come piume ghiacciate. Labbra di cadavere. L'altra amazzone comincia a strusciarsi e leccarmi il cazzo lentamente. Un pezzo di ghiaccio che accarezza la palle gonfie, scivola morbida e risale lungo il cazzo imbizzarrito, fino alla cappella. 
La bionda scandinava ci ha denti inquietanti e aguzzi, ma non li sento mica. Solo un gelo orrendo che risale su. L'altra continua a baciarmi e sorride. Una luce assassina e raggelante proiettata dagli occhi chiari, mi paralizza. Gesù, sto scopando due cadaveri che vogliono uccidermi. Sono morto, o solo pazzo. Il trillo del telefono mi salva da una sborrata mortale.
“A che ora arrivi?”.
“Alle 6,30 credo.”.
“Tra mezz'ora vuoi dire.”.
“Si. Ma tu sei già sveglia?”
“Lo sai che sono mattiniera...sei riuscito a riposare?”.
“Mi ero appena addormentato. Stavo facendo un incubo. Due finlandesi morte mi violentavano e volevano divorarmi lentamente. Terribile! Terribile!”.
Qualche secondo di silenzio imbarazzato.
“Ok, poi me lo racconti”.
“Ok, ciao”.
“A dopo.”.
Povera ragazza. C'è da comprenderla. Chi si metterebbe per due giorni in casa uno che sogna due finniche morte e assassine, che danzano su musiche gitane? Forse mi ama davvero.
(Quel che è successo la mattina seguente, lo scrivo la prossima volta. Che adesso mi sono rotto il cazzo. E le sigarette sono finite.).

martedì 5 maggio 2009

Deliri notturni





E' tutta una questione di ambizione e buchi di culo. E di chi ha inventato i messaggi. Una catena orrenda.
- Che fai? l'ho saputo ieri, ma ora stai meglio?
- Uhuh...le voci corrono in fretta. Pensavo di crepare silenziosamente. Ho sempre immaginato un funerale senza nessuno. E un interramento spartano, nelle fosse per non abbienti.
- Ok. Ho capito...come non detto, sei nella fase compulsivo funerea...
- Ho solo bevicchiato un po'. E tu che fai?
- Mi sono fatta un joint. Ho mangiato un panino e leggevo sul divano. Ora sono nel letto.
- Lo sai quello che penso della scrittura. Tranne due o tre, il resto mi provoca orchite alla punta del cazzo.
- Va beh, il solito...tu invece, oltre a bere?
- Ho scritto, mi sono cavato qualche pulce. Si sono indolenziti i polpastrelli (li devo assicurare un giorno o l'altro) e atrofizzato il pene. Un muscolo morto. Dovresti vederlo, ti mando una foto? Potrebbe essere la copertina di un romanzo neorealista. Ora accendo la tivù, magari danno qualche replica notturna di amicidimariadefilippi.
- Scherzi, vero?
- Per niente. Ogni tanto lo guardo, senza volume. Mi piace il culo di una ballerina bionda svolazzante. Lussurioso! E' una mia debolezza. Come l'alcool. Tu invece non hai debolezze, per questo noi due non scoperemo mai.
- La mia debolezza penso risieda nella frutta. Darei qualsiasi cosa per una vita fatta di frutta... mare... qualche vecchio film prima di addormentarsi... e un uomo che mi soddisfi. Il mio ideale di vita. L'alcol mi attira ben poco, lo sai.
- Sei romanticissima. Peccato per l'alcool. Non hanno ancora inventato un palliativo credibile. Quando parti per Santo Domingo con un videoregistratore e lo spazzolino, avvertimi. Mi aggrego volentieri.
- Ok, ti faccio sapere.
- Io e te saremmo una bella comitiva. Quanto al soddisfare, non garantisco nulla. Al limite mi rifugio in corner col cunnilingus (sono un dritto, io).
- Beh, e chi lo rifiuta! basta che non si esageri, perché portato per le lunghe mi sembra di avere un rapporto con il mio cane.
- Ma no. Il tempo necessario. Approfondito, ma non tedioso. Lingua guizzante ed operosa. Qualche mese fa misi anche un annuncio:"Abile e discreto linguista offresi per fiche lisce. Prezzi modici. Quindici euro per mezz'ora.”.
- Un puttano! Mica lo sapevo! Però non somigli per niente a Richard Gere.
- No infatti...ci ho i tratti più raffinati, è una bellezza decrepita la mia. E sono parecchio più alto. Comunque è stato un aborto di tentativo. Mi hanno risposto in tre in due settimane. E una aveva 57anni. Tutte timide. Poi non l'ho più messo (l'annuncio). Eppure come prezzo mi sembrava allettante.
- Forse si. Ma noi donne non abbiamo bisogno di pagare, e alcune non sono ancora preparate.
- Eppure, l'utero non è vostro?
- Anche il culo se è per quello.
- Quello fa parte a se. A volte lo si concede per noia. Altre volte per troppo amore.
- Ma dove le trovi queste massime?
- Mi vengono così. Sono una fucina inesauribile.
- Nei tuoi servizi a pagamento era previsto, anche quello?
- Che intendi con “quello”? Slinguare il bucetto? Certo che si, con tariffa raddoppiata. A meno che il culo non fosse stato meritevole. Ho un debole per i culi impertinenti.
- A me piace.
- Bene. Anche a me. Lo vedi che siamo simili? Dovremmo sposarci un giorno o l'altro. Al limite baciarci.
- Non scherzo, il mio uomo poi...è specializzato nella pratica. Mi piace più del cunnilingus, mi da quel brivido...mica lo so spiegare!
- Certo, non devi mica spiegarlo dolcezza. L'avevo intuito che sei una ragazza decisa. Il tuo uomo però è un competente in materia. Tocca ammetterlo, conosce i suoi cazzi.
- Ma dico sul serio, lui affonda anche a lingua e...(censura, v.m 36anni).
- Ok-ok-ok. Alt. Stop. Vuoi farmi capire che hai letto tutte le avventure del Marchese de Sade? L'ho sempre detto che i libri sono la rovina delle persone.
- Guarda che dico sul serio. Sei geloso, forse? Lui è bravissimo!
- Ma bene, un talento cristallino che sfida le leggi della fisica. Avrebbe un futuro nella cinematografia. Una specie di John Holmes della lingua. Già vedo il titolo: “lingua taurina per fessure infigarde”.
- No, sono possessiva...lo fa solo con me.
- Ecco. L'egoismo. La dimostrazione evidente che l'amore è la tomba delle ambizioni e la castrazione di talenti.
- E tu? La infili dentro?
- Ma certo, che domande. Te l'ho scritto prima. Anche se ho una lingua normodotata, mi applico. Poi deve ispirarmi il soggetto. Mi stimolano i buchi di culo viziosi. Il tuo mi piace un bel po'.
- Mica l'hai visto.
- Ho una fervida immaginazione. Si nota dal tuo sguardo.
- Mi stuzzichi? Chissà un giorno...
- Già, io stuzzico. Domani sera sono a casa, comunque. Così per dire.
- No domani, non potrei. Al limite venerdì. Esco da lavoro alle sei, poi vado in palestra e se faccio in tempo, passo volentieri.
- Va bene. Oh, non vorrei fraintendessi...non dobbiamo fare del sesso spiccio per forza. Il sesso non mi attira nemmeno così tanto. Al limite beviamo una birra, parliamo di politica, tennis, crisi in medioriente, ti faccio un dipinto...Sono un tipo brioso da ubriaco, lo sai.
- Ok. Adesso ti saluto che il credito è quasi finito. Mi devo ancora lavare i capelli.
- I capelli? Sono le 3,47. Tra un po' albeggerà. Sei una ragazza strana. Te ne rendi conto? Ti lavi anche la fica?
- No quella l'ho già lavata.
- Bene così, ma non esagerare. Perderebbe tutta la poesia.
- Certo! Ciao, buonanotte. A presto allora...
- A venerdì, vuoi dire. Sei volgare quanto un uomo sincero. E sei ironica. A me piace l'ironia. Oltre alla fica. Dolce notte.
Morale. Ho speso sei euro e zero-otto in messaggi. Che grazie ad una furbesca tariffa con autoricarica, diminuirà di circa un quarto. Arriverò a due euro e ventisei all'incirca. Scriverò il seguito dopo venerdì. Se verrà. E se non muoio prima.

venerdì 17 aprile 2009

Barattoli vuoti, e leccate di fiche mielose


Fuori dal locale sono inciampato su un marciapiede insidioso. Li costruiscono a casaccio per rompere il cazzo alla gente pacifica. E fanno pure piovere. Chi? quelli lì, chi altri. Mi sono ricomposto, con grande dignità. Ho acceso una sigaretta dalla parte del filtro. E l'ho buttata via con classe.
“Ti accompagno io, non è un problema.”.
“Guido io però...”.
“Vuoi scherzare? Sono padrone di me stesso.”.
Lei ha 27anni. Bella, fascino misterioso, capelli biondi ed ondulati che le cadono sulla schiena. Con gli occhi verdi da tigre capaci di tagliarti. Ma non un semplice taglio, infierisce graffiandoti sadicamente. Ti scopano quegli occhi, se solo ne hanno voglia. Ha studiato ed è molto attraente. E mi serve drink in un pub. I beoni abituali le fanno proposte, lasciano bigliettini, s'umiliano di fronte alla sua bellezza superba con svenevoli sguainate di cazzo platoniche e rivoltanti paroloni di miele scaduto. Cristo. 

Lei invece è fidanzata con un figuro orrendo. Un quarantenne coi capelli radi, il passo scoordinato, occhi piccoli e nello sguardo la stessa espressione arguta e fascinosa dell' On. Gasparri. Agente assicurativo, neanche uno col grano. Ed è salita sulla mia macchina.
Ho avviato il motore e mi sono chiesto perché. Poi ho infilato un bel cd d'atmosfera. Risuonava “Confortably numb” dei Pink Floyd, con bottiglie e barattoli vuoti che si urtavano ad ogni curva, tintinnando in un concerto surreale nel silenzio bruno della notte.

Note, vetro e latta. Ed una gran fica sul sedile al mio fianco. Una bella premessa per una scopata infame alla fioca luce dei lampioni. Ma anche leccargliela una mezz'oretta, sarebbe stato un buon affare.
Discutevamo amabilmente e continuavo a chiedermi come avrebbe fatto di li a poco ad infilarsi nello stesso letto con quel cencio d'uomo. Quell'immagine mortale mi perseguitava. Una cosa contraria a tutto. Interesse, gusto estetico, religione. Forse il gaggio nasconde nei pantaloni un'arma da 26 centimetri. Mi è sembrata l'unica possibilità sensata. Lei mi parlava di un concorso, ed io ho elaborato una interessante teoria: Le donne belle che non fanno parte del jet-set, finiscono con uomini tragicamente brutti. Sembrano talmente inarrivabili che nessuno si fa avanti. Inibiscono le menti. E si accontentano del primo relitto che le manda delle rose e le apre la portiera con l'espressione demente.
Parlava guardando avanti, con un po' di imbarazzo. Poi ci siamo fermati davanti ad un palazzo d'epoca e un bidone della monnezza stracolmo. Ha preso una cartina e si è messa a rullare uno spinello.
Poi il discorso è passato al suo amore dolcissimo e osceno.
“E' gentile. Poi sa come trattare le donne.”.
“Con tutta la gente che ti strisciava dietro, alla fine hai ceduto...”.
“Sembra così, ma molti non si avvicinano nemmeno. Altri scappano...”.
Ecco che la mia illuminata teoria trova giustificazione. Sono un dritto mica da ridere. Ho il sapere assoluto racchiuso nelle mie palle gonfie.
“Io non scapperei di sicuro...”.
“E che c'entri tu? Tra l'altro non ci hai mai provato, non sembro il tuo tipo...”.
“Cristo è vero. Non è mai capitata l'occasione. Sono un timido, forse. O quel fiume si stronzi ai tuoi piedi mi disgusta”.
“E quella sera a casa di xxxx?”.
“Le stelle non erano propizie, forse.”. Ero talmente sbronzo che vomitai l'anima e poi me ne andai a casa, facendo un saluto collettivo con la mano. Senza parlare.
“Vuoi dire che ci saresti stata?”.
“Forse, non lo so, chi può dirlo...”.
E ha sorriso. Un sorriso leggero, impercettibilmente malizioso e paralizzante diceva tutto, quella bionda strega, tutto usciva dalle sue labbra rosse e sottili. La non-negazione-netta equivale ad una affermazione. Una possibilità del consenso. A noi uomini basta quello. Un po' l'ho capita la psicologia delle donne. Le ho posato la mano sulla gamba. Ho avvicinato le mie labbra alle sue. Dio, aveva un buon profumo. Fiori selvatici in un meriggio assolato di primavera tra papaveri e amoreggianti vespe. Poi ci siamo baciati. Sette secondi in tutto. Il tempo che la mia mano percorresse le sue cosce schiude, ed il cazzo s'armasse nelle mutande. Poi s'è sottratta, mi ha scansato amabilmente.
”Dai, non è il caso...”
“E che c'è che non va?”. Mi sono avvilito un po'.
(“Io credo negli astri. Stasera la luna pare lacrimare passione depravata, miele selvaggio e sconcio rossore di sangue e passione. Non te ne accorgi? Scopiamo.”). Così avrei dovuto dirle, ma non m'è venuto, e ho ritirato il cazzo.
Mi sono acceso una sigaretta, ho dato qualche boccata nervosa. L'ho ascoltata argomentare.
“Non mi sembra giusto nei suoi confronti. Poi noi siamo amici da tanto...”.
Le ho aperto il portello. L'ho fatta scendere. In aperta campagna. Con le luci della città che si accendevano in lontananza. Ho riavviato il motore e l'ho lasciata lì. E pensavo. Chi le capirà mai, queste creature deliziosamente diaboliche. E stronze. Le chiedevo solo di concedermi una scopata di commiserazione. Null'altro. Mica una amore pietoso, quello ce lo ha già. Poi ho fatto l'inversione. Camminava abbracciandosi il busto, per combattere il freddo che non c'era. Mi sono avvicinato. Sembrava piangere. La macchina la seguiva a passo d'uomo, e io le parlavo col finestrino abbassato.
“Dai sali!”.
“Vattene!”
“Guarda che se passano gli sbirri, penseranno che ti sto caricando. Passeremo la notte in questura!”.
“Sarei anche una puttana, adesso? Sparisci!”
Peggioravo la situazione. Non sono bravo con le parole.
“Va bene, scusami, è stato un attimo di nervosismo, ma ora sali! Mi inginocchio più tardi.”.
E' salita. Ci siamo baciati nuovamente, senza un perché e altre inutili ciance. Un bacio lento e senza pretese. Morbido e finale. Tremava, e sentivo il sapore delle lacrime mescolarsi al buon odore della pelle ancor più bianca sotto il cielo che andava rischiarandosi. Le nostre lingue morbide, danzavano un jazz di dolcezza struggente. Le ho passato la mano sotto la gonna, tra le cosce schiuse, sotto gli slip, era già bagnata, coi riccioli della fica intrisi di piacere bagnato. Le dita si muovevano e lei dimenava discreta il culo, leccando e mordicchiandomi la barba. Inquieta, senza ormai nulla da chiedere che non fosse un orgasmo alle stelle invisibili. Mi sono piegato, sfilato gli slip e iniziato a leccarla. Una leccata avida e lenta, piena di stupefacente poesia. E' proprio vero che la stronza dolcezza nasce dalle cose inattese. Era bagnata, e la lingua scivolava sulle labbra ormai aperte, senza difesa. La divoravo con lentezza, mangiando anche i suoi peli biondi, fradici di desiderio e muovendo all'impazzata la lingua dentro di lei. Morsi e leccate voraci, tra gemiti soffusi e ancheggi che parevano una danza di coordinazione naturale. Poi ha serrato le cosce al mio viso, l'ho sentita vibrare sotto le mie labbra e liberarsi in un gemito più profondo.
Ci siamo abbracciati e abbiamo fatto l'amore come non mi capitava da tempo, mentre in lontananza un cane bastardo si grattava le pulci.

Stamattina mi sono svegliato con una splendida e impudica erezione, ancora pensando a quella scopata lenta e ingorda, con ancora l'odore della sua fica mescolato a quello delle sigarette.

sabato 4 aprile 2009

Una greve storia di amore muto





Iniziò tutto con un'erezione barzotta. La luna strozzata dalla nuvole urlava rabbia alle stelle anche quella notte. Niente di nuovo. Entrarono nel bar due ragazzi vestiti di nero con le creste, il viso smunto e gli occhi cerchiati. Offrii loro una birra grande e la bevvero, poi un'altra.
Parvenze postume di gente viva.
“Grazie davvero.”, disse quello più espansivo.
“Di niente”. Risposi.
Si limitavano a scambiarsi cenni d'intesa con gli occhi assenti. E non parlavano. Mi piacevano. Sapevano di una morte lenta e pacifica. Priva di acredine. Disinteresse superiore per volgari faccende umane. Mi lasciarono due biglietti per una serata in un locale lì vicino, come ringraziamento. Musica dal vivo e consumazione gratis. Un buon affare. Uno come me ci campa gratis con offerte simili. Se ne andarono col passo lento e funereo, cadaveri deambulanti, ma da cuore gentile, che non pompa sangue e livori. La droga aiuta.
Poi entrò lei. Una specie di tornado profumato, tacchi rumorosi e passo deciso sul pavimento sudicio, trasudante sporcizia. Aveva una cascata di capelli bruni che le cadevano sulle spalle. La frangetta appena sopra grandi occhi scuri, dai quali s'irradiava una impercettibile scintilla di follia. 

Veniva a trovarmi ogni sera. Si adagiò al bancone. Poi si sedette allo sgabello accavallando le gambe. Portava una gonna corta e scarpe alte. Cosce sode e caviglie eleganti, mostrate senza ritegno. Un par di tette assai notevoli, strizzate in una maglia nera scollata. 
Essenza di femmina e ormoni danzerecci scopavano mescolandosi ammaliatori nelle sue boccate di Camel. Una scopata coi fiocchi. Io non stavo con una donna da tre mesi e mezzo. La masturbazione mi bastava, in quel periodo meditativo. Che poteva saperne lei? Beveva la sua birra verde e mi scrutava. Voleva sapere. Indagava. Mi studiava. Provava a scoprire il grande mistero che si celava dietro ai miei occhi sbronzi e solitari, malinconici come un cane che piscia su un bidone arrugginito. Non avevo nessun mistero da svelare. Me ne stavo seduto al bancone e trincavo la mia birra. La vita è semplice. Lei troppo complicata e con un paio di gambe affusolate che mi smarrivano. Una tortuosa via verso il paradiso o l'inferno dei dannati. Eccitanti, lisce, provocanti. Lussuria sfiammeggiante. Mi annebbiava i sensi. 
Pensai per un attimo di violentarla lì, sul bancone. Poi ordinai un'altra birra.
E lei continuava a chiedere. Domande, sguardi penetranti, paroloni insensato. Cristo se parlava. Io le guardavo le labbra carnose. Si increspavano, per poi distendersi in un sorriso vagamente rivestito da sadismo indifferente. E volevo solo baciargliele, tapparle la bocca da altre inutili ciance
“Vuoi sapere troppo. Tesoro, chi è troppo curioso non fa una bella fine.”.
“E' la curiosità a tenerci a galla. Muove tutto, altrimenti saremmo già morti.”.
“Uh! e allora io sono già morto.”.
“E' un suicidio consapevole il tuo.”.
“Gesù! Ma cosa sei, una strizzacervelli o una poetessa beat?”. Poi uno slancio incontrollabile.
“Senti, ti va se prendiamo qualcosa da bere e saliamo a casa mia? Abito qui vicino.”.
“Lo so dove abiti, ma non mi sembra il caso.”.
Sapeva dove abitavo. Cos'era una spia russa con le gambe più belle che avessi mai visto? Rifiutò l'invito abbassando lo sguardo, con smorfia di virginale timidezza. “Non sono quel tipo di ragazza”, pareva aggiungere sbattendo le ciglia da cerbiatta indifesa. Un'altra richiesta e avrebbe ceduto. L'insistenza autorizza, tranquillizza il loro animo. Ma io concedevo una sola opportunità. Poi un'altra fiammella di iniziativa.
“Ho due biglietti per un locale qui vicino, mi segui?”.
“Oh certo!”.
Basta poco per capire le donne. Ci avviammo a piedi. Le confidai che la macchina era dal meccanico, mentre in realtà mi vergognavo di mostrale il mio catorcio da miserabile. Poi il locale all'aperto, strapieno. Già si dimenavano sul palco. Voci stridule, chitarre distorte, melodie di morte inquieta e soffice. Era quello il dark suonato da cani. E continuavano ad agitare corpi eterei con l'espressione assente. Altri tizi senza più anelito vitale presero a spintonarsi. Poi andai al bancone. C'era da bere gratis. Buttai giù un paio di drink trasparenti, poi un altro come fosse acqua liscia. Ritornarono su d'un colpo. Tornai al centro del locale. Lei era presa. Quasi eccitata dal frastuono orrendo, nel quale non si lasciavano distinguere le parole. Pensai che era il momento opportuno, vestendomi di un sorriso da dritto.
“Senti, ho voglia di baciarti. Ti va di seguirmi? Il bagno è di là.”.
Non capì una sola parola, ma accettò di buon grado. La condussi per mano. Non sembrò sorpresa. Solo un po' divertita. La birra faceva il suo dovere. I drink ingollati nel locale, la tenevano a galla. Tanto bastava per non pensare al resto. Ci inoltrammo nella fitta coltre di fumo del piccolo bagno. Due imberbi ragazzi rollavano qualcosa. Appena dietro la porta, altri fumavano cocaina. L'odore acre era quello. E' da dritti fumare cocaina. Una volta ci provai. Non dormii per due giorni, lessi Kerouac, bruciai il libro in preda ad una crisi di nervi, prima che potessi incontrare un punto, provai a gettarmi dal balcone gridando e scoprii che abitavo a piano terra. Poi misi un vinile di Stravinsky,  e mi addormentai decidendo che le droghe non mi piacevano poi così tanto.
Ci chiudemmo dietro una delle porte. Le baciai le labbra. Sapevano di buono, essenze selvatiche e salate. La strinsi contro il muro. Le sollevai la gonna, le abbassai gli slip, e continuavo a baciarle le labbra lascive. Lingue voraci. E la mano esplorava la fica bagnata, cosce sudate, chiappe toste e smaniose. Ero eccitato come non avveniva da secoli. Mi abbassai i pantaloni assieme ai boxer.
“Oddio, ma è enorme...”. Disse afferrandolo forte. Quella frase banale avrebbe potuto ammosciarmelo per una settimana, ma ero troppo eccitato. Poi cominciò a lavorarselo.
Perché esistono parole stupide? Perché le più meravigliose creature della terra devono rovinare tutto, pronunciandole in momenti sbagliati? Immaginai un mondo di donne mute e bellissime.
”Fai piano, mi farai...”. Prima che potesse finire un'altra frase raggelante, le succhiai la lingua e glielo schiaffai dentro per metà. Presi a menare colpi decisi stringendola contro il muro. La scopavo all'impiedi sollevandola ad ogni colpo. E lei si aggrappava, si dimenava e strillava come percorsa da lampi feroci nella fica. Urla sguaiate coperte da musica delirante. Poi mi scocciai. Studiai rapidamente la situazione. Lei non capiva un cazzo.
“Oh ti prego continua, mi fai impazzire se continui...”.
Scelsi l'angolo, le sollevai la gamba adagiandola sul lavandino.
“Oh ma che vuoi fare? Sei proprio un porco. L'avevo capito da tempo...”. Ora aveva lo sguardo da pazza ingorda, i capelli scomposti, il viso sudato. In quella posizione mostrava la fica rosea, indifesa, sguaiatamente dischiusa. Liscia e curata, con un ciuffo discreto appena sopra le labbra. Glielo spinsi nuovamente dentro e ripresi a darmi da fare.
“Oh tesoro arrivo, arrivo...”.
Gesù! Mi sentivo un capostazione. E continuava il vaniloquio orgasmico. Invano le mordevo la lingua per zittirla.
“Dai ti prego vienimi dentro, ti prego, adesso...ooooooohhhh”.
Pompavo, sudavo, arrancavo in quel mare d'eccitazione calda. La sentii contrarsi e gemere forte, le sue unghia conficcarsi nelle mie carni, e se ne venne con un urlo acutissimo. Poi mi arresi. Seduta sulla tazza del cesso mi scrutò, mentre si asciugava la fica. Il suo volto si trasfigurò rapidamente. Da sognante assunse contorni dubbiosi. Delusi.
“Cosa c'è non ti piaccio abbastanza? Non vuoi godere? Vieni, ti faccio venire io...”, lo afferrò a due mani, ficcandosi la punta in bocca. Un lavorio di lingua inutile.
“Oh merda...”, la scansai.
“Puoi dirmelo se non ti eccito! Ehi brutto stronzo, mi stai sentendo? Ti sembra il modo di agire?”.
Non risposi. Lo cacciai ancora duro nei pantaloni. Poi mi sciacquai il viso. Cosa diavolo voleva quella matta con gli occhi spiritati? Il finale a lieto fine con pirotecnica esplosione di sborra. Aveva goduto. Non ero riuscito a venire. Troppo alcool, maledizione. Succede. Faccende da uomini. Umiliante. Un po' meno di altre cose. La differenza tra idea ed azione. Volere e potere. Essere e non essere, Beatles e Rolling Stones, Adamo ed Eva. E nello specchio volteggiava Freud irridente, circondato da pulzelle in sottana, danzanti e sdentate, pronte a schiaffarselo dentro con lo strap on. Uscii dal bagno. I due cocainomani non c'erano più. Peccato, un tiro l'avrei fatto.
Fuori dal locale, completamente stravolto, mi sforzavo di rimanere in piedi. Seguivo una rotta immaginaria. Lei ticchettava dietro di me, poi al mio fianco.
“Senti, può succedere, non ne farei un dramma...”.
“Ok. Ne riparliamo domani, sono troppo ubriaco adesso.”.
Entrai nel portone di casa, i suoi tacchi mi seguivano ancora. Una specie di condanna martellante, con le gambe più sexy che conoscessi. Una rampa di scale sorretto alla balaustra, poi finalmente dentro. E lei dietro di me, senza che l'avessi invitata.

Non sembrava meravigliata dallo squallore sciatto delle stanze. Arrivai in bagno, vomitai l'anima e qualcosa di più. Ritornai a letto. Lei lo aveva già trovato. Si spogliò con lentezza tale che la potessi vedere, e si infilò sotto le lenzuola. Cosa diavolo voleva ancora? 
Era innamorata? Pazza di uno sconosciuto? Colpita nell'onore per non avermi fatto sborrare in fica? Tremendamente stupida e curiosa? Voleva derubarmi? Non avrebbe trovato nulla. 
Accesi il condizionatore. Unico orpello lussuoso di quella casa malmessa, incastonata in un condominio cadente. Un bizzarro controsenso. La Roma dei reietti. L'aria si rinfrescò rapidamente. Il sudore pareva cristallizzarsi sul suo corpo snello e nudo. Attraente come pochi. Nel cassetto avevo ancora mezza bottiglia di bourbon. La svitai, ne diedi una sorsata piena. Poi mi accesi una sigaretta. Ci passammo la bottiglia e accendemmo sigarette lasciandoci cullare dal rumore del condizionatore. E mi parlava di cinema francese e di Sthendal.
“Senti tesoro, sono troppo fatto per scoparti ancora...”. Abbozzò un sorriso sbronzo, poi un singhiozzo accennato e mi addormentai coi suoi seni caldi e morbidi, schiacciati contro la mia schiena.
Fui svegliato da un calore caldo e bagnato che avvolgeva la cappella e scendeva giù, sempre più giù. Poi risaliva per avvilupparla nuovamente. Completamente immersa nelle lenzuola mi diede il più bel risveglio da mesi a quella parte. Le montai sul viso, scopandole dolcemente la bocca, fino a riempirgliela con fiotti di sborra che le scendevano in gola. Tossì quasi strozzata, ma finalmente soddisfatta. Poi in bagno, sotto l'acqua calda della doccia, la scopai da dietro, venendole nella fica. 

Cos'altro era se non il completamento di un amore puro? Mi assalii un dubbio. “Sei sicura che prendi la pillola, si?”. Mi rispose di si, con l'espressione turbata.
Le donne rovinano il durante, gli uomini distruggono il dopo. Si sa.
Rimase a casa mia per due settimane. Io ovviamente non lavoravo, lei cucinava. Il vino ed i soldi finirono. Un giorno qualsiasi decise di partire in Inghilterra. Per perfezionare la lingua, disse.
“Perché non vieni anche tu?”.
“Mi stanno sul cazzo gli inglesi. Mi dici come si fa ad obbedire a una regina novantenne col cappellino da malata di mente?”.
“A te stanno sul cazzo anche gli italiani e la democrazia.”.
“Basta sofismi, non mi convincerai...”.
Le diedi un bacio dolcissimo ed appassionato, poi l'accompagnai all'aeroporto col mio catorcio rosso. Ogni tanto mi manda delle mail, e mi chiede come sto.

lunedì 30 marzo 2009

Labbra che sanno di cazzo






Lei non è la mia donna. Ha le idee confuse e una fica sincera. Io un solitario privo di pensiero razionale. E guardava l'orologio. Squilibrio folle.
“Devo andare alle nove. Mi mancherai davvero...”. Mi sorprende un poco, quella frase.
“E' solo per pochi giorni, non vado in guerra. Poi noi ci vediamo solo il fine settimana, non cambia nulla.”.
“Si, lo so. Ma saperti lontano...”.
“Già, la lontananza. Ti preoccupi? Lì ci sono le ronde, ma non credo mi faranno del male. Tornerò.”.
Non potevo sopportare di vederla così. Non aveva senso. Le ho chiesto di scendere, per comprare delle birre. Si è infilata un pantalone senza le mutande, poi il giubbino col pellicciotto di pastore tedesco e ha trottato giù per le scale. Mi vuole bene.
Reduci da un fine settimana tormentato, ho partorito una riflessione profonda: Un bevitore non può frequentare locali borghesi. E non può non bere. Per vedere ciò che vedono gli altri e farselo sembrare meno atroce, deve spendere il triplo. Il furbo si mette in pareggio in qualche stamberga e poi arriva sorridente nel locale. Io non ne ho avuto il tempo. E ora ho in tasca pochi euro.
In definitiva, le avevo concesso il venerdì notte e il sabato in giro. Poi la domenica di Gesù ci si è riposati scopando. Svuotato i coglioni dopo aver prosciugato le tasche. O forse è il contrario. Sicuramente è amore sincero.
E' tornata con le birre, ne ho stappato una e l'ho bevuta. Lei s'è accesa una sigaretta guardandomi bere. Poi le ho baciato la bocca imbronciata. Un bacio lungo. Lingue prese da un fremito calmo. Le sue labbra sapevano ancora del mio cazzo e di quel pomeriggio di sesso, intriso dei nostri piaceri appiccicosi. 

Mi è salita sopra. Uno strusciamento umido. La cappella su quella sorca scivolosa. Un gemito accennato ad accoglierne la punta, uno più profondo dopo averlo ingoiato tutto. Serrava le chiappe nella sua posizione prediletta.
Ha cominciato la sua danza. Un su e giù focoso assai. Poi qualche secondo a indugiare col cazzo piantato fino alle palle. Un movimento di bacino per assaporarne appieno la consistenza. E poi ancora a dimenarsi, col culo tarantolato. Che satanasso di donna!
Assistevo inerme dandole ciò che potevo.
La mani sulle chiappe sode, poi le dita a cercare la sue fessura adorabile. Continua a cavalcare, mentre un dito le scivola dentro. Intrappolato, serrato. Si muove ancor più frenetica. Quella pienezza la smarrisce. Strepita e viene. Si sfila, scivola di lato e si lascia sporcare il ventre mentre godo. Un rivolo denso le cola lentamente, lungo il fianco. Poi prende a mordermi il collo, in modo via via più sfumato, fino ad addormentarsi stanca. Ma non erano gli uomini ad addormentarsi dopo aver scopato? Io fumo. Ne stappo un'altra e la guardo dormire.
Sono le 8,50, e la sera arriva sempre troppo presto. La osservo schizzare in bagno col passo agitato. Alla tv parlano del “Partito del popolo della libertà”. Sorridono tutti. Un ammosciamento improvviso, implacabile. Penso addirittura di farle una dichiarazione amorosa. Dedicarle una poesia sull'amor struggente. Prometterle l'astinenza fino al matrimonio. Uno sposalizio con l'Ave Maria di Schubert gorgheggiata da una monachella gracchiante e baffuta. Gesù. Spengo e mi metto la testa sotto il cuscino. Ritorna. Si veste. Pettina i capelli. Poi un altro bacio umido. Il bacio è tutto. E se ne va portando in giro quelle labbra che sanno ancora un pò del mio cazzo.
Ed io ho fatto la valigia. Nei treni non si fuma. Ho scritto questo post, nello scompartimento di un notturno che puzza di fumo stagnato. Con un tizio che mi guarda incuriosito, considerandomi un pazzo.

mercoledì 25 marzo 2009

Fica sudata



Si infilò un maglione sformato, le cadeva distratto sulle cosce. Cantava felice e stringeva la moca. Mi rigirai ancora un po' nelle lenzuola. Le tende aperte dell'alcova, mostravano il piccolo ambiente umido della cucina. E continuava a cantare. Dovevo aver fatto un buon lavoro quella notte. La osservai vagare dubbiosa. Pochi metri quadrati, pareti ruvide di calce. Ambiente arabeggiante e spartano. Brace ancora viva nel camino. In quella casa di campagna, un solo inconveniente: Non sono arrivati i fili dell'elettricità, e l'acqua scorre gelida nelle tubature.
”Lavarsi sarà un problema”. Sembrava pensare.
Armeggiò nella finestra ricavata nella parete. Prese due grosse padelle in rame. Le riempì d'acqua e le mise sul fornello della cucina da campeggio, con l'espressione fiduciosa. Poi riempii il grosso tinello d'inizio secolo, mescolando l'acqua fumante a quella corrente. Osservavo ammirato tanta sensualità naturale. Sfilò il maglione calandosi nella vasca improvvisata. Una piccola smorfia, e poi un sorriso divertito. Bevvi il caffè, accesi la prima sigaretta. E continuai a guardare quell'affresco ottocentesco.
Come poteva una donna simile farselo bastare? Quanto tempo sarebbe passato prima che scappasse col primo imprenditore ingessato? Era matta, evidentemente.
“E' divertentissimo, dai vieni...”.
“Non ci entriamo. Ti guardo.”.
Le sue mani passavano sensuali sulle carni turgide, e versava il bagnoschiuma. Unica concessione alla modernità. Non c'era una saponetta. sarebbe stata perfetta. M'invitò ad avvicinarmi.
“Un tiro, un tiro!”.
Le porsi la sigaretta. Diede due boccate profonde.
“Mi aiuti?”.
Non me lo lasciai ripetere. Affondai la mano nell'acqua tiepida e la feci scorrere sulla pelle levigata dall'acqua. Una schiuma leggera le ricopriva il corpo fino ai capezzoli appuntiti. E passavo ingordo su quel seno piccolo e sodo. Il tepore sconcio mi condusse tra le gambe dischiuse. Le dita affondarono curiose in quella fica liscia e dischiusa. Le assecondava lasciva. Si apriva indecente. Poi ancora più giù a sondare il bucetto vizioso. Stretto e teso. L'altra mano le accarezzava i capelli, e passava sul collo. Le baciai la bocca rosea, le lingue presero a guizzare, assecondando i movimenti lenti delle dita, ed il rumore dell'acqua smossa. Un'eccitazione resa profonda dall'inconsueto. Basta poco. Avevamo scopato tutta la notte in modo selvaggio, in una stamberga di campagna. Lavarle la fica mi eccitava. Poi, improvvisa, premette forte la mano sulla mia, e se ne venne succhiandomi la lingua.
Uscì sgocciolante, si asciugò con cura. Pettinò i capelli davanti al piccolo specchio.
“Voglio fare un giro qui intorno più tardi...dai, mi ci porti?”.
“Ok, ma non c'è molto da vedere...”.
Indossava una gonna nera ridottissima, con le tasche sulle chiappe. Degli stivali aggressivi ed un giubbino vezzoso col pellicciotto. Era pronta per un locale alla moda, ma calcava quelle stradine sconnesse col passo deciso.
Polvere appena appesantita da uno strato di pioggia, ed odore di terra bagnata. Ai lati, muretti di pietre secolari, erbacce, rovi spinosi e fiori selvatici, spuntati per caso.
“Vedi? Su quell'albero mi aggrappavo come una scimmia da bambino. Ora è secco, morto! Basta una spinta per farlo cadere.”.
Guardava tutto e camminava. Cristo se camminava. Io ero stanco, mi dolevano le reni e sudavo freddo. Avevo bisogno di bere, di dormire.
“Che c'è, sei già stanco? Per forza, hai esagerato col vino ieri...come al solito.”.
“Oh certo, il vino.”.
L'idea che mi avesse sfiancato per tutta la notte, prosciugando ogni mia sostanza vitale, non la sfiorava nemmeno. Un uomo comincia a capire qualcosa, quando riesce a distinguere la natura ninfomane di una donna, dal suo amore folle. Io avevo scelto di non chiedermelo più.
E lei continuava a camminare nei suoi stivali. Ogni tanto rimanevo indietro, le guardavo le gambe. Lunghe, snelle, sinuose. “Cosa” cazzo mi ero scopato quella notte? Uh, che schianto di donna!
Il casolare era oramai un puntino indecifrabile. Nessun abominevole essere umano deambulante nel raggio di chilometri. Al nostro fianco un'enorme distesa di grano verde. Di fronte, il primo accenno di un bosco spaventoso, illuminato a giorno. Da piccoli, gli adulti ci narravano storie spaventose. Strani animali, cani randagi impazziti e diventati lupi, orsi, volpi, incroci mostruosi, persino squali e anaconde, dicevano si nascondessero in quegli anfratti scuri ed inaccessibili. Ogni tanto si sentivano notizie di gente scomparsa. “L'avrà divorato un lupo nel bosco.”. Dicevano con l'espressione convinta. La gente di paese è stupida almeno quanto quella di città. Solo più fantasiosa.
“Che bello! Dai andiamo! E' roman-ti-cis-si-mo!”.
Due indizi fanno una prova. Una donna svitata. Ma non sapevo ancora se era ninfomane o troppo innamorata.
“Ma tesoro, è pericoloso. Poi è tardi...”.
“Ecco! Lo vedi? Smonti ogni mio romanticismo!”.
“Oh ma possiamo sempre vederlo da lontano, senza rischiare di morire.”.
La prendo per mano, m'inerpico sul muretto di pietre appuntite. Aiuto anche lei a scavalcare. Esausto, mi stendo sul prato verde, ancora umido. La voglia di un bicchiere pieno.
Lei si china, poi si rialza. Sfila lo slip nero. Una gamba, poi l'altra. Mi viene di fronte e si adagia sul mio viso. Assaporo una fica sudata e carnosa, circondati da un nulla denso di pace. Mugola, strepita, pianta forte le ginocchia sul prato. Si contorce sinuosa, scuote lentamente i fianchi, muove il culo sul mio viso bagnato, si apre lasciandosi scopare da una lingua porca. Ohhh...m'inonda il viso d'eccitazione calda, ansima e gode. Poi scivola giù. Il desiderio di una birra ghiacciata, dopo una fica sudata.

lunedì 23 marzo 2009

Casting



Mi sono svegliato nervoso. la foto testimonia la mia inquietudine interiore. Lo dice il premier. Lo testimonia Emilio Fede lanciando un servizio: “Ma quale crisi? Negli ultimi mesi è aumentato il tempo che gli italiani dedicano agli hobbies. Lunghe passeggiate in centro, ristoratrici giornate al parco...”. Ti credo io, un disoccupato si ingegna. La crisi non ci sarà, ma ho deciso di affittare una stanza, per pagarmi le sigarette. Un annuncio assai spartano: “Affittasi stanza singola a persona tranquilla. Prezzi modici ed ambiente free.”.
“ambiente free” deve aver traviato una coppia di omosessuali con le sopracciglia spennate. Nulla in contrario, ma l'idea di vivere ascoltando i mugolii di due froci che si accoppiano, non mi allettava. Gliel'ho detto. Hanno risposto altre cinque persone. Ho fissato alcuni appuntamenti ieri, altri settimana prossima.
Dal balcone ho scrutato il primo pretendente. Un tizio sovrappeso, coi dread legati in una coda di cavallo e un enorme zaino a tracolla. Gli ho aperto ugualmente. Magari aveva portato una birra. Non l'aveva portata. L'ho mandato via.
“Mi dispiace, l'ho già affittata.”.
“Ma come, ieri sera mi ha detto che era disponibile!”.
“Ho chiuso stanotte. Problemi?”.
Se n'è andato scrollando le spalle.
Ha citofonato in modo isterico il secondo. Ho aperto. Un ragazzo castano, con la capigliatura squadrata e la montatura degli occhiali sottile. Studente in lettere e filosofie. Il viso smunto ed un sorriso raggelante. Gli occhi da timido maniaco deviato. Somigliava in modo inquietante ad Alberto Stasi, il presunto killer di Chiara Poggi. L'ho tenuto sulla soglia.
“Mi spiace, ma non cercavo uno studente.”. Se n'è andato senza tirare fuori l'accetta dallo zaino.
Poi è toccato ad una ragazza. Confesso che ho avuto una corrispondenza via mail la sera precedente, con la candidata. Sondato per bene la sua personalità, in modo professionale. Alla fine mi ha inviato cinque foto in allegato. Tre in bikini arancione durante le vacanze in Grecia. Altri due autoscatti casalinghi, ammiccanti. Niente male, davvero. forse voleva corrompermi.
Non sono contrario alla convivenza con le ragazze. Da studente ho avuto in casa due tizie simpaticissime, per sei mesi. Spendevamo le nostre serate di solitudine, tutti e tre nudi nello stesso letto. Nell'amicizia più spassionata e sincera. Persi 9 chili, mi bruciava il cazzo in modo perenne, ma riuscii a laurearmi. Riempivo i tempi morti, tra un gioco e l'altro, studiando. Grazie a loro sono un dottore. Uau! Ma adesso sono un uomo maturo. Certe cose non mi attraggono più molto. Come consuetudine, almeno.
Ho aperto. Una biondina di un metro e sessantuno con le scarpe basse. Era quella delle foto. Vestita rendeva ugualmente. Ventiquattro anni, ma ne dimostrava diciannove. Le ho mostrato la stanza e la casa. Pareva entusiasta ed apprensiva. Due chiappe tonde che scoppiavano fasciate in jeans attillati e le tette strizzate in una maglia nera sotto il giubbetto sbarazzino. L'ho fatta sedere. Si è sfilata la borsetta rosa da teenager e mostrato una luce maliziosa negli occhi scuri, truccati in modo leggero.
Ho assunto l'espressione di Morgan che tracanna coca-cola(coi capelli siamo lì), e l'ho interrogata minuziosamente. Segnavo dei “più” e dei “meno” sul block notes, con l'aria severa. Lei aveva la faccia sempre meno divertita, man mano che incalzavo con le domande. E le guardavo lo spacco delle tette.
Ho voluto sapere tutto. Dopo un quarto d'ora di interrogatorio, ha sbottato. Aveva gli occhi imploranti.
“Scusa, ma a me serve solo una stanza, non capisco quest'interrogatorio...poi ti ho già scritto tutto via mail!”.
(bel caratterino la ragazza! Altro “meno” sul blocchetto).
“E' giusto per conoscersi un po'. Io non ci sono mai a casa. Forse a fine mese mi trasferisco altrove.”.
Mi ha guardato come fossi un pericoloso deviato mentale. Le ho offerto una sigaretta, facendo un bel sorriso sdrammatizzante.
“Non fumo.”. (Altro doppio “meno”.).
“Senti, ma come potrai vedere, non faccio caso all'ordine...”.
“Nemmeno io...”.
“In ogni caso condivideremo solo la cucina. Io non cucino mai.”.
Ora era sul punto di chiamare i vigili. Ho proseguito.
“E' giusto chiarirtelo. Diciamo che io non faccio una vita regolare...viaggio molto, ci vedremo poco.”.
“Lo avevo capito che non eri uno regolare. Sei agente di commercio?”.
“Una specie. Poi potrà capitarti di vedermi nudo che giro per casa, che sbatto contro i mobili. La mattina è un momento delicato.”.
“Non è mica un problema, ne ho visti uomini nudi. Nemmeno io mi faccio problemi a stare nuda davanti alla gente.”.
“Si, dalle foto avevo intuito qualcosina...”.
“Sono una ragazza normale.”.
Poi l'ho congedata.
“Ok. Ti farò sapere a breve.”. Si prova un sadico piacere di rivalsa nel pronunciare quella frase.
Ho tracciato velocemente un profilo. Disinibita, naif, discotecara, amante del sesso promiscuo e della fellatio con ingoio. Sotto i ventisei anni hanno tutte il culto del pompino con ingoio. E' la prima cosa che imparano, poi vengono le moltiplicazioni e tre cifre. Non si sbaglia, le mie statistiche parlano chiaro. Posseggo un libro nero. E' il trend delle ragazze giovani e rampanti.
Malgrado queste buone credenziali, non l'ho reputata idonea per una convivenza armonica. Non mi piaceva. Troppo giovane, troppo sicura, troppo sciocca. Poi, nessun legame sentimentale per scelta, molti amici uomini. Appassionata dei festini privati e degli abbienti nullafacenti. Una tizia che preferisce una convivenza coi ragazzi, perché le donne sono gelose. L'invidia delle donne è direttamente proporzionale al grado di mignottaggine dell'invidiata. Si sa. L'idea di mettermi in casa una puttana che non sia la mia, non è il massimo. Respinta! Ma il numero l'ho tenuto. Si sa mai.
Mi sono coricato con lo stesso nervosismo spirituale. Magari chiamo la biondina.

venerdì 20 marzo 2009

Si muore in un culo caldo





La luce della finestra illuminava in modo indecente quelle chiappe lisce. Invitanti, oscenamente dischiuse. Nitida penombra. Chi può portare in giro un culo del genere? Ricordi sfumati di un volto chiaro, capelli biondi. Ho la testa pesante. Puzzo di whiskey e sigarette. Le palle dolgono in modo quasi piacevole. Il cazzo smanioso, teso dalla finzione del nuovo giorno. Va tutto bene. Certe mattine ti senti un Dio. Lo adagio tra quelle chiappe mortifere. Dimora sconcia. Potrei rimanere lì per il resto dei miei giorni, penso. Crepare in modo felice. Ognuno dovrebbe poter decidere la sua fine. Si nasce da una fica e si muore in un culo caldo. Tutto fila. Calore ruvido e accogliente.
Poi la bacio sul collo. Movenze da gatta cieca, eccitata, sorpresa. Mi piace scopare la mattina. Anche la sera, però. Quelle spalle lisce sono solo la prosecuzione di un'agonia lenta e piacevole. Lo spingo lentamente nella fica. Se lo aggiusta. Si mette comoda, sa il fatto suo. Mi muovo sopra quel serpente lascivo, che si si contorce e ansima. E spingo, annaspo su un corpo elettrico. Perso in una fica carnivora, provo a domarla aggrappato alle sue spalle inarcate, col culo sollevato, per riceverlo fino in fondo. Dio abbi pietà di me! Sto godendo la domenica del signore. E continuo a chiavarla lentamente, con colpi decisi.
Il rumore sordo delle sue carni schiocca a ogni colpo, mi inebria. Spingo, accelero fino a non capire nulla.
“Uhhhhh...Non venire, ti prego!”.
Ci provo. Rallento, mi prodigo, giochi d'anca e colpi di reni. L'avverto contorcersi, serrarlo forte tra le labbra contratte. Mugolii soffusi che diventano gemiti sguaiati e liberi. Poi uno più intenso finale.
Lo sfilo. Discreto. Sto per sborrarle appena sopra al culo, come al solito. Non quella mattina. E' una domenica sentimentale. Ci rinuncio.
“Vieni qui, tesoro...”. Ha la luce porca di un vizio soddisfatto, negli occhi. Si abbassa, lo afferra ancora teso, le vene pulsano sangue impazzito, strette nella sua mano. Vuole ammansirlo, ringraziandolo a suo modo. Che senso ha? Mi sottraggo, mi coglie una specie di pudore risentito.
Un caffè, una Lucky Strike e qualche colpo di tosse orrendo. Nudo sulla sedia della cucina, provo a pensare. Inspiro aspiro. Poi la spengo nel posacenere stracolmo. Ancora tosse brutale. E penso che così non va, merda! Non ha senso. Non usa la pillola. Bene. A me il preservativo da un senso di distacco. Sborrare nella fica è una missione per ragazzi con la riga di lato. Le scopate a rate non mi eccitano. Allora occorre venirsi incontro a metà strada. Chiavate democristiane. Torno in stanza. Le poso il caffè sul comodino, e mi ributto tra le lenzuola. La guardo bere. Mi scruta perplessa e arruffata, con la tazzina tra le mani. Poi la posa.
“Sei arrabbiato? Che hai? Mica ti capisco, certe volte...”.
La sua chioma chiara e scomposta poi si abbassa, s'insinua tra le mie gambe. Afferra la cappella tra le labbra, già lucida e gonfia sotto quella lingua calda. Scoppia d'eccitazione. Adora leccarlo lentamente, dopo aver goduto. Non si stanca, assapora tutto. Ho le palle sudate. Le lecca, poi risale viziosa. Un pompino di lato e ad occhi chiusi, senza usare le mani. Solo labbra bagnate. Poi la lingua tesa, ora morbida, a disegnarne i bordi lucenti. Assapora lentamente, lo avviluppa. Succhia forte, lo ingoia fino a farsi solleticare la gola, poi riprende a lappare in modo sguaiato, mugola come cagna devota. 

Cristo che lingua forsennata! Impazzisco. Un brivido che parte dalla schiena, percorre le palle dure come il marmo, fino a risalire sull'asta avvolgendo la cappella che si contrae. Avverte anche lei il mio piacere in arrivo, tira un po' più in alto la maglietta, lo sfrega tra i seni nudi. Preme sui miei glutei, poi se lo lascia scivolare bagnato sulle labbra socchiuse. Un rantolo soffocato, e fiotti abbondanti.
La forza di un orgasmo in sospeso non è per tutte. Asseconda i primi sul viso, gli altri meno intensi sulle tette protese e chiare. Lecca, mi ingoia ancora caldo. Poi ripulisce il residuo, rimane qualche secondo bagnarsi le labbra. Giochi infantili e baci intrisi di sborra. Abbozza una smorfia ed un sorriso soddisfatto, poi si allunga sul comodino, mostrandomi nuovamente la schiena nuda. Sfila una sigaretta e se l'accende. La guardo. Mi piace quel neo ai bordi delle labbra struccate, arrossate. Si adagia ancora appiccicosa sul mio petto. Butta fuori qualche boccata distratta, e fissa un quadro alla parete.
Dedicato a chi non lo leggerà mai.